Adua // RACCONTO

I

Alcune storie sono specchi rotti; anche se solo un paio d’occhi si mettono a osservarle, riflettono un centinaio di sguardi. Per far sì che storie del genere possano essere raccontate, ci vuole per forza di cose un cadavere. Ci vuole qualcuno che lo ritrovi in circostanze speciali, che lascino spazio alla fantasia e all’indagine, quindi una risoluzione che metta di fronte alle forze più oscure e sotterranee dell’essere umano, e da cui si possano trarne le giuste morali. Altre storie, come quella che segue, sono simili alle suddette per impianto ma differenti nelle conclusioni, anche perché di conclusioni non se ne trovano, e ciò che le sostiene non è lo sconcerto della morte e dei suoi corollari, ma quello di non aver amato mai abbastanza o amato male. 

Anche la storia seguente comincia con un cadavere ritrovato. Anzi, in realtà, comincia con un morto ma senza un cadavere. O meglio: almeno fino alla notte tra il 12 e il 13 marzo, il morto è stato cadavere cristianamente sepolto, sotterrato da più di quarant’anni. Se ne stava bello tranquillo a mineralizzarsi nel cimitero del paesino di Pretagliano, antico borgo pacifico da qualche parte nell’entroterra tirrenico.

Ma una volta il cadavere era vivo, ha respirato, ha detto buongiorno e buonasera, e si è sentito rispondere: buongiorno Adua, come sta? 

Adua Meocci fu, in tempi tanto passati che quelli che se li ricordano perdono spesso il filo della memoria, una delle donne più belle che mai si fossero viste prendere il sole sulla fontana di piazza Leopoldo. Oggi si scopriva essere, con grande sorpresa di tutti, il fatto di cronaca nera di paese che avrebbe dato lustro e rispetto a Pretagliano. Per almeno un mese avrebbe attentato all’anonimato che di solito i paesini di questo genere subiscono per anni, fino a spopolarsi e quindi riconsegnare le chiavi di casa alle rampicanti e alle volpi.

I fatti si rincorsero di orecchio in orecchio già da subito, fino a sfilacciarsi in una serie di versioni una più romanzesca dell’altra. Di sicuro c’era solo che il corpo di Adua era stato trafugato dalla tomba dove riposava da anni. C’era chi, per esempio, affermava che nei boschi antichi riti venivano consumati con i frutti delle profanazioni. Altri invece davano la colpa ai tombaroli, convinti di trovare chissà quale gioiello attorno al collo scheletrico di chissà chi. E così via. Vaghe supposizioni, incursioni maldestre nel mistero, tentativi più o meno giustificati di far fronte allo sconcerto. 

Il cimitero di Pretagliano, la mattina del 13 marzo, prima che si scoprisse il fattaccio, era immerso nella stessa pace eternata di sempre. Ormai solo poche vecchiette si arrischiavano tra le lapidi, chine nelle loro nere palandrane, che le facevano somigliare a piccole ombre staccatesi dai corpi, in giro per le tombe di mariti defunti e parenti ormai pianti abbastanza. 

Così, dopo che le teorie, le ipotesi e i sussurri che seguirono la scoperta si adagiarono sul fondo delle giornate, si cominciò a pensare ad altro. 

Il marito di Adua, Paride Cosmi, non partecipò alle perplessità del sacrilegio. Circa un mese prima, se n’era andato da alcuni parenti milanesi, la casa era rimasta serrata, il giardino incolto. Quando poi i carabinieri presero a indagare sulla pista delle sette sataniche, quasi tutti lasciarono perdere; solo i vecchi del paese, assisi sul muretto di fronte al negozio della signora Smerigli, continuarono le loro indagini minimali, senza sforzi particolari se non quelli della fantasia e del pettegolezzo. Lo fecero anche solo per onorare la memoria di qualcuno che avevano visto e salutato, che ricordava loro un tempo in cui si potevano dire giovani.

I carabinieri non riuscirono a rintracciare Paride Cosmi. Negli anni, la sua figura burbera e scostante si era ritagliata uno spazio preciso in cui nessuno poteva entrare. Quando cominciarono a seguire con più convinzione la pista delle sette sataniche, la faccenda non interessava più a nessuno, e ben presto smise di interessare anche le forze dell’ordine. Così, finalmente, la normalità tornò davvero a Pretagliano. Almeno fino a quando un ragazzo non riscoprì per caso l’orrore. 

II

13 marzo, mattina. 

Attilio Ferretti si svegliò con la solita dose di malumore e dolori reumatici. Si portava addosso i suoi ottant’anni come il montone fa con il vello. Per prima cosa, tossì. 

«Cosa avrò mai fatto di male per invecchiare?» disse ad alta voce. 

Lo sentirono solo le piantine che coltivava sul davanzale, stanche e imbrunite dall’incuria. 

Un soffio di vento passò attraverso il basilico, ma non si avvertì alcuna risposta. Attilio espletò le faccende quotidiane. Si lavò il viso. Lo immerse nella morbidezza dell’asciugamano, respirò a fondo quel profumo di pulito e candore.  

Se la ricordava, Adua. La ricordava bene. Erano passati tanti anni ma sapeva di poter riafferrare in qualunque momento la sfumatura dorata delle sue iridi, che tanto gli avevano dato in termini di struggimento. Gli amori mai vissuti… non si è detto che sia questo il più dolce dei veleni? E non c’è Mitridate che tenga, nessuna immunità anche dopo mezzo secolo, nessuno scampo anche a un oceano di distanza. Attilio se n’era andato in Argentina forte dei suoi vent’anni acerbi, pensando di trovare chissà cosa, tornò giusto in tempo per vedere la nuova felicità di Adua, sposa bianchissima sulla scalinata della Chiesa Giovanni e Paolo. In quel momento avrebbe dovuto capire che c’è, iscritta nel sangue dei suoi abitanti, una legge ferrea del paese. Ovvero che chi lo lascia, chi se ne va, non deve mai tornare, o sarà straniero per sempre. Attilio lo scoprì sulla sua pelle, pagò il tributo del ritornante in lacrime amare e mal digestioni, notti insonni, giorni tutti uguali, esiliato tra la gente.

Per non bastare, la vita di Adua si srotolava davanti ai suoi occhi con una tranquillità che rincarava ogni volta la dose di rimpianto. La incrociava spesso davanti alla fontana di piazza Leopolda. Lei aspettava che il marito tornasse dal lavoro, per andarsene da qualche parte vicino alla costa. Il vecchio Attilio ricordò l’acconciatura alla moda, la classe innata, anche in una donna di campagna come lei, e quella fibula etrusca che il marito le aveva regalato, rimediata in chissà quali loschi giri. 

Cosa ci avrà trovato, Adua, in Paride Cosmi? Si era chiesto per molto tempo Attilio. Uomo piccolo, banale, Paride Cosmi aveva, in virtù di certi oscuri affari ben riusciti, il solo pregio di possedere, ed era una condizione che sfoggiava come un talento. 

Che fanfare quelle sgommate a 180 all’ora sulle curve che portano a Pretagliano, con quell’Aurelia B24 di un azzurro ostentato e ridicolo.

Così quando la signora Smerigli lo mise al corrente dei fatti della notte prima, sentì come un terremoto, il cui epicentro era una parte mai dimenticata di sé. Quella parte in cui aveva lasciato Adua per tutti quegli anni, come si lascia l’ombrello sulla soglia quando si entra in un negozio in una giornata di pioggia.

III

13 marzo, pomeriggio.

Cocco aveva le mani sudate. Voleva e non poteva. 

Deglutì forte, sentiva la gola bruciare. Voleva cavalcare l’onda alcolica e baciare Palma. Palma era amica sua, l’unica. Quindi non poteva. 

Mandò giù una sorsata di gin appena rubato nel mobile dei liquori della madre della ragazza.

«Non se ne accorgerà mai, finché non tocchiamo l’alchermes». 

La madre di Palma era una dea della pasticceria. Riusciva a fare con lo zucchero e la crema chantilly quello che il pittore fa con il colore e le linee.

A Cocco i dolci non erano mai piaciuti. Però gli piaceva Palma. La ragazza se ne stava con le gambe attorcigliate, sedeva scomposta sulla sella del suo motorino, parcheggiato vicino al belvedere. Più in là c’era la barriera impenetrabile della macchia e più oltre ancora, chissà, la vita civile, la città, le possibilità e le cose da fare. 

Palma guardava verso un punto assoluto.

«Mi manca tantissimo» disse. 

Cocco si dispiacque, immobile. 

«Non posso stare qui senza far niente». 

«Andiamo a cercarlo» si esaltò Cocco.

Sul volto di Palma si formò un sorriso, tanto impercettibile quanto sicuro. 

«Ok» disse e i due si allontanarono insieme.

IV

12 marzo, mattina.

Potrei anche scriverlo un diario, pensava l’architetto Zinzi il giorno prima della scoperta al cimitero, mentre fissava le piastrelle del bagno. Nelle maioliche blu cercava un punto di ancoraggio, un qualcosa a cui aggrapparsi per iniziare quella giornata. Ma poi, si disse, che cosa avrò mai da dire e che pretesa folle quella di sapere davvero ciò che accade. Persino quelle cose che accadono a me, in realtà mi succedono, nel senso che mi superano senza che io possa afferrarle in nessun modo.

Tirò lo sciacquone gettando un’occhiata allo scarico. Chissà cosa penso di trovarci ogni volta, continuò tra sé e sé.

Camminando in corridoio, Zinzi diede uno sguardo alle stanze vuote. La moglie e il figlio erano andati al centro commerciale a fare spese. Più tardi sarebbero passati dalla sorella di lei, in città. Lui aveva deciso di restare a casa, godersi il primo timido sole di marzo e passeggiare per il paese senza direzioni o piani particolari. Aveva bisogno di stare da solo.

Mezz’ora dopo, il primo morso alla brioche ai cereali, con marmellata di arance amare, gli infuse nel corpicino gracile un vago senso di piacere. Lesse il giornale, un articolo a pagina. Cercò di origliare le conversazioni al bancone del bar.  Finì il cappuccino tentando di sollevare con una sola cucchiaiata la schiuma superstite. Ci riuscì. 

Quando andò a pagare, la cassiera sbagliò a fare il resto. Si era intascata, certo involontariamente, un euro e dieci. L’architetto rimase a fissarla per alcuni secondi. Lei gli rimandò indietro l’occhiata. Rimasero un po’ a specchiarsi nella reciproca attesa che l’altro muovesse per primo. L’architetto capitolò.

“Non sono un patrimonio un euro e dieci” pensò. Sorrise e si allontanò, accostando piano la porta del bar, mentre la cassiera tornò a inforcare le paste per un altro cliente. 

«Perché non ho detto niente?» prese a interrogarsi a ogni passo. 

Pavido, vigliacco, codardo. Si sedette sulla panchina del belvedere. Al di là della balconata, la macchia respingeva i pensieri al mittente. In cielo, due rondini d’avanguardia solcavano l’azzurro modesto di una primavera in vista. 

Non riusciva a farsi valere. Ma c’era mai riuscito? Si portò l’indice sulla gobba del naso, strisciandolo piano per aiutare il riepilogo. Vediamo un po’: di Marco Goderio, già enorme alle medie, sentiva ancora oggi tutti i suoi chili in eccesso gravargli sulla schiena, schiacciarlo a terra, renderlo inerme. Si era mai lamentato il futuro architetto, aveva per caso mai manifestato qualcosa che somigliasse alla ribellione per quegli anni di infanzia e soprusi? Mai. E le discussioni vinte sotto la doccia con il capo ufficio, le frasi giuste morte tra i denti? Le ripicche sempre vincenti della moglie?  Quante cose avrebbe potuto dire, quante cose giuste. Ecco cosa aveva accumulato, pensò guardandosi le linee della mano: una marea indefinibile di momenti giusti e perduti. 

Zinzi si artigliò le ginocchia con le dita ossute. Strinse forte ma non sentì niente. Avrebbe voluto tornare a casa. Ma per cosa? Per rivedere la moglie insoddisfatta, dire qualcosa al figlio? Lauro avrebbe presto compiuto nove anni. L’architetto si chiese se il piccolo si fosse già accorto di essere figlio di un codardo. 

«A quell’età si è già abbastanza svegli» mormorò al panorama. 

V

13 marzo, pomeriggio.

La macchia non è bosco e non è foresta. La luce deve sgomitare parecchio prima di arrivare al suolo. Cocco guardò Palma procedere spostando rami e saltando arbusti, rimanendo sul sentiero tracciato. 

«La signora Smerigli ha detto che di solito i cani fuggono verso la macchia» fece Palma.

«Non ha detto di preciso dove?» aggiunse ironico Cocco.

Il ragazzo muoveva un passo dopo l’altro, restava dietro Palma che s’incamminava sicura. Un pulviscolo danzava tra i lecci e le sughere. Il terreno umido odorava di decomposizione. Palma alternava una serie di lunghi fischi a silenzi improvvisi, a cui tendeva l’orecchio.  

Cocco aveva gli occhi stretti a fessura, cercava di captare ogni minimo particolare. Voleva trovarlo lui, il cane, essere l’eroe della giornata. L’eroe di Palma. Ma la speranza a cui teneva di più, in quel momento di ricognizione, era soprattutto quella di non incontrare altre bestie pericolose.

«Sta quasi tramontando il sole» disse. Palma lo decifrò al primo colpo. 

«Hai paura dei cinghiali?».

«Paura no… ma se non li vediamo è meglio».

Palma scostò un ramo che le puntava al viso e disse: «Se vuoi puoi tornare in paese». 

Cocco non rispose. Sentì come una fitta di dolore dentro, un velo di ghiaccio arrestargli lo stomaco, ma continuò a stare zitto. Ora si avvertiva solo il calpestio delle foglie bagnate dall’umidità nell’aria. Cocco aguzzò di più lo sguardo. Ti faccio vedere io se ho paura, pensò. Troverò quel cane, fosse l’ultima cosa che faccio in questa macchia e in questo porco di mondo. 

VI

14 marzo, mattina. 

«Io l’ho visto».

«Quando?».

«Cos’era… qualche settimana fa. Forse un mesetto».

«Prima che partisse?».

La signora Smerigli annuì, mentre continuava a spazzare la polvere fuori dall’alimentari. I soliti vecchietti ridacchiavano, mentre Attilio incalzava il suo interrogatorio fissando la signora. 

«Era davanti a me, in fila allo sportello automatico».

«Ha ritirato».

«Credo di sì, probabile. L’ho visto di spalle eh, non è che mi son messa a vedere che faceva». 

Attilio registrava quello che la signora Smerigli gli stava comunicando, con la scopa nella mano, appoggiata al manico, per un momento di ricognizione nella memoria. 

Sul muretto, la compagnia di sei o sette vecchi sedeva placida, come lucertole al sole. 

Sebbene i vagiti di una primavera incerta si fossero presentati con forza ai primi del mese, ora liberando il cielo dalle nuvole, ora riconfermandole per scomporle in pioggia, adesso il clima sembrava essersi assestato su una calda e ben temperata atmosfera di pace. 

I ragazzi di Pretagliano rispolverarono così, con i primi soli, un entusiasmo collaudato. Il loro mestiere invernale era quello della noia e dello sbadiglio. Aspettavano l’estate con i suoi svaghi, e quei primi momenti di luce facevano sì che il desiderio per le follie della bella stagione si accendesse ancora di più e chi poteva scendeva in città.

La differenza tra i vecchi e i giovani pareva stare tutta nella diversa attitudine all’attesa. I primi, nell’attesa di una fine che sanno vicina, che scongiurano o dimenticano, come si fa di un qualcosa a cui non si può sfuggire, con le chiacchiere da bar, i pettegolezzi e il reciproco confronto dei dolori di stagione; i secondi, invece, in attesa di un tempo futuribile che non arriva mai, se non quando è già passato, come un qualcosa che li è dovuto, o promesso sbadatamente. 

Attilio stava ad ascoltare. La signora Smerigli adesso parlava di alcune brutte facce che si erano aggirate per il paese fino al giorno prima e riconosceva in loro i colpevoli del misfatto notturno.

«Adorno li ha visti, questi brutti tizi. Con delle facce che mammamia». La signora Smerigli mimò qualcosa di simile alle maschere dei demoni giapponesi. 

«Chiedetelo ad Adorno se non ci credete».

Il marito, Adorno Smerigli, era un piccolo ometto che sedeva su una vecchia sedia di vimini sfilacciata, ultimo del muretto: alzò un sopracciglio peloso e fece schioccare la lingua. 

«Erano delle brutte facce» confermò.

Attilio cominciò a pensare che tutto questo dovesse avere un senso. Anche lì, in quel paese, nella provincia sperduta del mondo, dove pure il telefono prende poco, un senso doveva esserci. 

Gli elementi per incoraggiare i dubbi c’erano. Paride Cosmi si era comportato in maniera alquanto sospettosa. Ritirare dei soldi prima di un fatto come quello successo. Certo, poteva essere una coincidenza. E allora i due tizi con le brutte facce? Cosa c’entravano? Cosa facevano a Pretagliano?

«Forse sono operai. Staranno rifacendo la villa a qualche russo o tedesco, vai a sapere». 

Il gruppo di vecchietti diede sfogo a tutti i possibili scenari.

«Io direi satanisti».

«Forse operai satanisti».

Per qualche giorno i discorsi sulla cronaca nera avrebbero fagocitato la serie A.

«Qualcuno deve averla pure rubata quella salma. O siamo già arrivati al punto che i morti si alzano e se ne vanno via da soli?».

«Io ve l’ho detto: chiedete ad Adorno. Ve lo dirà lui che facce avevano quelli là». 

Poi venne il turno di Paride Cosmi. Fu buttato sul tavolo tutto quello che si sapeva sul suo conto.

C’erano voci. Si rincorrevano di sampietrino in sampietrino, si arrischiavano sui vicoli stretti, sfioravano i portoni verdi di legno duro fino a farsi cullare di orecchio in orecchio. Erano voci che dicevano di aver visto Paride Cosmi visitare il cimitero ogni settimana che Dio gli aveva concesso, sin da quando Adua ancora era tutta intera, laggiù nel sottoterra. Tutte le settimane. Se ne stava in commossa contemplazione, silenzioso come un monaco di fronte al vuoto. Se l’era persa solo per qualche malanno, per poche occasioni che sfuggivano comunque alla statistica.

Attilio drizzava le orecchie e sentiva qualcosa bruciargli dentro. Tutta quella dedizione… Paride sembrava il prototipo di marito affranto. La lacrima sincera, il cordoglio eccetera. Lo era? O era solo una finta, una sottile mascalzonaggine dettata dal senso di colpa.

Senso di colpa, si ripeteva Attilio nascondendo i suoi stati d’animo nei colpi di tosse. E per cosa? Le voci su questo tacevano. Ma chi doveva sapere, sapeva. 

VII

3 gennaio, mattina.

L’aveva sognata ogni notte, nei termini più disparati. L’aveva chiamata nel buio cercata tra le spirali delle lenzuola, rivista nei giochi d’ombra dei palazzi e aveva rinnovato il dolore ogni volta che sentiva il suo nome pronunciato da altri. Per questo col tempo si era ritirato, chiuso in quella casa come un re nel suo mausoleo di rimorso. Erano passati anni, soffiati via come pelo di gatto, come trucioli, ed era invecchiato, quasi fosse una condanna. Poi un giorno se l’era trovata davanti, ma stavolta per davvero. O meglio, sembrava più concreta di sempre; qualcosa inossava il suo profilo, il vento le muoveva i capelli e la luce non l’attraversava, la fibula etrusca luceva di un verde sfumato. Anche il luogo sembrava fatto apposta per un ritorno, il cimitero di Pretagliano, e quella sua lapide antica, non ancora in odore di ossario, ma ormai trascurata anche da amici e parenti, per spietate dimenticanze o perché anch’essi divenuti condomini di quello stesso campo santo, sembrava il posto perfetto per il loro rendez-vous. Lei non mosse labbro, non pronunciò parola, allargò semplicemente le braccia e senza bisogno di spiegarsi, dopo così tanto tempo, Paride capì che era giunta l’ora di stare di nuovo insieme. 

VIII

12 marzo, pomeriggio.

Zinzi chiese ancora da bere. La sera era arrivata come un colpo di sonno. Invincibile e senza avvisi. Sentiva la testa galleggiare, le dita delle mani consumarsi nell’aria. Girava la cannuccia in un bicchiere di cola semivuoto. Nel tavolo accanto due tipi con delle facce losche sedevano tranquilli.

Zinzi li osservò. Bevevano birre tiepide, uno era più alto dell’altro, vestivano entrambi con dei giacchetti di pelle logora e delle camicie dalle fantasie di almeno vent’anni prima. Avevano degli scarponi sporchi. Le loro unghie erano sporche, non avevano borse o bagagli. Il più alto dava le spalle alla televisione e fissava la luce del frigorifero poco distante. Quello più piccolo si sbilanciava in una serie di smorfie a ogni contrattacco della squadra avversaria. A un certo punto il più alto guardò l’orologio e fece un cenno. Entrambi si alzarono, il tipo pagò tirando fuori un portafogli dalla tasca interna della giacca, gonfio di contanti. Il piccolo nel frattempo continuò a guardare la tv. 

Quando uscirono, Zinzi si distrasse, cercò qualcos’altro di interessante, poi dedicò tutte le sue attenzioni al bordo del porta-fazzoletti sul suo tavolino. 

Poco dopo decretò che la sua giornata da solo poteva anche concludersi, l’esperienza scaduta, l’esperimento fallito. Sentì l’amaro in bocca, nonostante la bibita dolciastra, capì di avere sprecato qualcosa che non riusciva bene neanche a capire. Non proprio la vita e nemmeno un’occasione. Le cose, si disse, capitano sempre agli altri.

Quando uscì, vide i due tipi di prima fare capannello intorno a qualcosa che si agitava disperatamente. Zinzi si avvicinò, spinto dalla curiosità. Solo quando fu a una decina di passi dal fenomeno, riuscì a comprenderlo. I due si erano messi a dare calci a una massa informe che guaiva a ogni colpo ricevuto. I colpi sembravano aumentare d’intensità a ogni risata, a ogni sgomitata di un tizio all’altro. Uno dei due tirò fuori un cellulare e cominciò a filmare. Zinzi non riuscì a dire o fare niente. Ma per un attimo, nello spazio che trapelò tra i due tizi, l’architetto si riflesse negli occhi disperati di quella bestia presa di mira e, in quello scambio, uomo e cane si unirono nella miseria. 

Zinzi non si accorse nemmeno di aver gridato. Lo capì solo quando quello con il cellulare smise di riprendere ed entrambi lo fissarono stupiti per un gesto tanto coraggioso quanto stupido. 

IX

13 marzo, sera.

«Non hai sentito della vecchia?».

«Non era vecchia».

«Certo che lo era».

«Quando è morta era giovane. Non si invecchia da morti» sentenziò Palma.

Il sole era calato dietro i colli lontani. Palma e Cocco erano tornati ai motorini. La ragazza cercava di svicolare da quell’unico pensiero che le assillava la mente.

«Il marito… quello scomparso… è il mio vicino. Una volta l’ho visto piangere in giardino, mentre annaffiava le rose». 

«Forse si sentiva solo». 

Palma si mise il casco.

«Forse. Andiamo via» disse e mise in moto con uno scossone alla marmitta.

Il vento li colpiva in volto e li lasciava soli coi propri pensieri. Palma guidava sicura, mentre dietro Cocco si appoggiava con le mani alla sella. Accanto la macchia sfilava come su pellicola, confondendo, nel sole che finiva, i lineamenti degli alberi con i colori che lentamente si spegnevano. 

La ragazza parcheggiò davanti a casa. I due si salutarono alle spicce. 

«Domani cerchiamo ancora» disse Cocco. La ragazza gli sorrise, come per ringraziarlo, poi aprì il cancelletto e sparì. 

Cocco rimase un po’ lì davanti. Adesso guardava la via, deserta all’ora di cena. Il suo sguardo galleggiò dolcemente sulle case, immaginando quali vite si stessero spiegando la dentro. Immaginò la vita quotidiana in casa di Palma. La madre che sforna un dolce e lo mette a tavola, chiama il marito e la figlia. Cocco sentì uno strano piacere sciogliersi dentro. Suo padre era morto da tempo e la madre si era risposata con un tizio che odiava. Anche solo il pensiero della felicità di qualcun altro riuscì a consolarlo un poco. Poi scostò lo sguardo e lo adagiò sulla casa accanto. Questa era esattamente il contrario di quella di Palma. Se la casa della ragazza era piccola, modesta ma viva, quella del vicino era grande, con un viale pieno di erbacce che portava a un portone spropositato in legno scuro. Per il resto era completamente spenta, le finestre chiuse e le serrande abbassate. Una casa morta. Solo una finestra rimaneva non del tutto chiusa, e Cocco poté scorgere una tenda scura far capolino. Stava quasi per allontanarsi, quando notò un ondeggiare. Qualcosa sembrò aver colpito la tenda. Qualcosa o qualcuno. 

X

12 marzo, pomeriggio.

«Scusate» disse con un filo di voce.

Quelli, dopo averlo osservato bene, fecero per ricominciare.

Zinzi alzò la posta. «Scusate!» gridò. 

I due girarono la testa lentamente. Sembrò strano pure a loro che quell’ometto avesse qualcosa da ridire. Persino la sua ombra tremava e sul suo volto asciutto e pulito si era già disegnato il pentimento per un atto tanto assurdo. 

«Ma che cazzo fate eh?». 

Gli si fece incontro. Il tizio più alto guardò allora il compare. Zinzi era adesso quasi faccia a faccia. Il tizio basso gli si avvicinò con l’attitudine di uno che sta per chiederti un’indicazione stradale. Quando fu a pochi centimetri dall’architetto, però, senza rilasciare dichiarazioni o proclami, gli riservò una manata a dita aperte sul viso, di quelle che sebbene causino un dolore assoluto, colpiscono un poco di più l’onore. Zinzi accusò malamente il colpo, fece qualche passo indietro. Il tipo alto lo prese per il collo. La guancia colpita dell’architetto era rossa e pulsava come un temporale. Cercò inutilmente di divincolarsi, poi, quasi non volendo, riuscì a menare un colpo sul naso del suo assalitore. Questi lo lasciò andare, permettendo a Zinzi di godersi il suo primo e ultimo colpo andato a buon fine. Dopodiché, su di lui si riversò una furia senza nome e senza spiegazioni, che lo investì come la piena di un fiume. Nello sfarfallio che circonfuse i suoi occhi colpiti dai pugni, a Zinzi sembrò di intravedere la figura di Marco Goderio, il bullo delle medie, ridere di lui, tenersi la grossa pancia in preda al divertimento e allo scherno. Poi perse i sensi.

Quando si riebbe, erano tutti spariti, cane compreso.

Si trascinò fino alla panchina del belvedere e lì rimase, fino a sera. Bel modo di passare il giorno libero, si disse. Sentiva la gola mandare giù grumi enormi di sangue, la faccia era un’unica pulsazione che però non gli faceva male. Un occhio era chiuso, mentre l’altro stava a mezz’asta. Quando si accesero i lampioni, Zinzi si alzò barcollando. Riuscì ad arrivare a casa senza incontrare nessuno. Aperta la porta si accorse della vita al suo interno. Erano tutti tornati. Le buste della spesa stavano accanto alle gambe del tavolino. La luce dei neon della cucina illuminava la stanza, mentre dalla sala la televisione accesa faceva compagnia al bambino. Appena si voltò verso Zinzi, la moglie, intenta in quel momento ad abbassare una serranda, lo guardò con degli occhi enormi e stupefatti.

«Ma che hai fatto?» esclamò gettandosi verso di lui. 

L’architetto sorrise mostrando i denti superstiti. Con un gesto del braccio la fermò, mentre avanzava verso la sala.

«Niente» rispose. 

Zinzi si lasciò cadere sulla poltrona. Accanto a lui il piccolo Lauro smise di tocchicciare il tablet con cui stava giocando e si mise a fissare il padre senza provare a dire una parola.  Zinzi prese il telecomando, alzò il volume e cominciò a ridere tra sé e sé, mentre il sangue colava dalle ferite sulla fronte e macchiava goccia a goccia la pelle verde foresta dei braccioli.  

«Niente» ripeté l’uomo, mentre una televendita offriva il miglior servizio di pentole di sempre.

«Non è successo niente». 

XI

5 maggio, sera.

Palma se n’era andata dai parenti in città per alcuni giorni. Cocco no. Cocco era rimasto al paese; quella sera rientrava stanco per la giornata di studi. Maggio aveva fatto esplodere i giardini delle case di Pretagliano. Le rose brillavano di un rosso intenso e i gelsomini profumano le vie. Era tutto molto bello, ma senza Palma non c’era granché da divertirsi. 

Cocco fece il giro largo per arrivare a casa. Non aveva troppa voglia di tornare subito alla solitudine della sua stanza. Qualcosa lo spinse a passare davanti a casa di Palma. Era sera, le luci erano accese e Cocco s’immaginò un profumo di torta appena sfornata che da lì non poteva certo avvertire. 

Un rumore lo distrasse dalla casa accanto. Il vicino non era mai più tornato. Nonostante quella storia al cimitero, non si era mai più fatto vedere e la casa era rimasta come quando se n’era andato. Il giardino incolto stava per fagocitarsi il vialetto e da una finestra rotta si intravedeva l’interno buio. 

Sapeva che la casa era vuota. A causare quel rumore poteva essere stato solo un animale. Qualcosa si mosse di nuovo, mettendolo in allerta. Poteva essere, miracolo dei miracoli, il cane di Palma. Non era ancora stato ritrovato e un’ipotesi, seppur vaga, per Cocco rappresentava una speranza da cogliere al volo. Sarebbe stato il colmo se per tutto quel tempo si fosse nascosto nella casa accanto. Forse ci era arrivato da poco. Cocco non si fece troppi problemi. Non pensò ai come e ai perché, la sola idea di risolvere la faccenda lo elettrizzò a tal punto che in due salti fu al di là dalla ringhiera, pronto a gettare un’occhiata dentro la casa dalla finestra rotta. Cercò comunque di mantenere le buone maniere. Chiamò il cane, chiese se in casa ci fosse qualcuno, non si sa mai. 

Nessuna risposta. Si addentrò scavalcando, cercando di non farsi male. Si ritrovò in una stanza di servizio, con solo un armadio, un televisore e una poltrona di quelle massaggianti. A quella vista, Cocco pensò di aver fatto una cazzata. Stava per tornare sui suoi passi, quando un rumore in fondo al corridoio lo convinse di nuovo. Avanzò nel buio della casa. 

Il corridoio era vuoto, a parte un mobiletto da mercatino delle pulci. Un odore terribile penetrò nelle narici e sconvolse la faccia di Cocco, che si stropicciò in preda al disgusto. Cercò di tapparsi il naso. L’odore acre ricordava quello della macchia moltiplicato per mille. Un’ombra si mosse all’interno della stanza in fondo al corridoio, la cui porta era aperta per metà. Cocco accese la lampadina del cellulare e attraversò il corridoio. La scena gli raggelò il sangue, non appena la luce del telefono colpì i corpi sul letto. 

Per quanto ci provasse, nessun grido fuoriuscì dalla bocca spalancata. Rimase lì, a domandarsi il perché di quel cadavere violaceo e rigonfio abbracciato a quello scheletro ammuffito, il cui unico tocco di colore era l’oro di qualcosa tipo una spilla, che si affacciava dal balcone della clavicola. 

Rimase a lungo alle soglie di una rivelazione che non arrivò mai.

Scappò a gambe levate, incontrando nel corridoio un gatto enorme e mezzo malato che lo spaventò ancora di più. Uscì dalla finestra tagliandosi con i vetri rotti e mentre il sangue colava dalle ferite, continuò a correre via da quell’orrore.

Fu questione di poco e in paese si venne a toccare il fondo di quella faccenda. Paride Cosmi si era lasciato morire abbracciato alla donna che aveva tanto amato. Adesso quel suo progetto oscuro era finalmente venuto alla luce. A Paride non mancavano le risorse per ottenere che gli si portasse quello che voleva. E lui voleva Adua, anche solo per morirci accanto. 

I segnali erano stati abbastanza evidenti, per chi avesse voluto vedere il piano generale delle cose. Ma come spesso accade in queste storie e in queste vite, nessuno vede mai in che modo le verità personali fanno rima con quelle degli altri e spesso si finisce così, ognuno fedele alle proprie convinzioni, ignari del senso totale di qualunque realtà più grande. 

XII

Un giorno qualunque del 1956.

Adua Meocci stava seduta sul muretto della fontana. Si passava le dita sulla piccola fibula etrusca che le aveva regalato il marito, per poi continuare verso le clavicole. Le lunghe gambe bellissime sembravano protendersi all’infinito. Poi però venivano le caviglie, e i piedi infilati in un paio di scarpe nuove. Adua si osservava le punte e sorrideva dentro di sé, contenta della lucentezza di quella pelle.

Un leggero vento increspava i flutti d’acqua che cadevano nella vasca. 

Attilio la guardò dal fondo della via. Tornava dal lavoro stringendo la borsa degli attrezzi. Sentì vibrare il sangue nelle vene, come se fossero attraversate da una scossa elettrica continua. Il rossore delle labbra di Adua innescava in Attilio pensieri profondi e sinceri. Adua lo intercettò. 

«Attilio. Ma quando mi racconti dell’Argentina?».

L’uomo balbettò qualcosa, cercò di essere gentile. Poi fece calare il silenzio. Si riprese all’ultimo.

«Belle scarpe, Adua». 

«Sono un regalo di Paride». 

Attilio sorrise alla ragazza. Lei gli offrì il profilo, mentre cercava la traiettoria dei raggi solari.

«Oggi si sta proprio bene, non è vero?».

«Moltissimo». 

Paride Cosmi entrò in quel momento nella piazza con una curva a gomito. Il rombo della sua Aurelia B24 riecheggiava su tutto.

I palazzi si specchiavano nella cromatura azzurra e, per l’immagine distorta, sembrava quasi s’inchinassero al passaggio del bolide. 

Adua scese con grazia dalla fontana e andò verso il marito.

«Stammi bene Attilio» disse. 

Rombarono via. Attilio, li guardò svoltare l’angolo. 

«Anche tu». 

Tornò a casa a consumare da solo il suo pranzo, così come fece per tutti gli anni successivi, convinto della sua verità. Non seppe mai che l’ultimo pensiero di Adua, poco prima che la macchina uscisse all’ultima curva, fu un pensiero sbiadito, come di un qualcosa che non si riesce bene a immaginare, ma a cui si affida molto più che il buonumore. Quando Paride Cosmi esagerò ad assecondare la curva, dando vita a una colpa terribile e senza fine, e ad Adua si ribaltò il cielo sopra la testa, nella mente della donna c’era una certa idea di Argentina, che sfumava nell’immagine di uno di quei balli a due. E c’era un uomo accanto a lei, troppo timido per dire altro che non fosse un complimento imbarazzato. 

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