Dragut // RACCONTO

RACCONTO

DRAGUT

2019

I

Ci sono vite per cui il velo del tempo è solo un fazzoletto stropicciato, sventolato dal furioso fluire delle cose.  Vite talmente luminose che lottano per non soccombere e anche quando le avvolge la notte finale, un barlume di quello che sono state si attacca all’esistenza. E, alle volte, esse riappaiono. 

Queste le parole, sebbene ingolfate da una serie di faccette e puntini di sospensione in eccesso, con cui Peppk64 comunica – tramite un commento su Youtube – a un inebetito Tommaso le ragioni del suo sognare sempre lo stesso sogno. Dopo aver cercato inutilmente spiegazioni su internet, sapendone meno di prima, Tommaso si prepara sconsolato a chiudere gli occhi, e a ricadere nottetempo nel corpo di un soldato messo a guardia della Torre d’avvistamento, proprio mentre in mare i saraceni si fanno all’orizzonte, in un giorno qualunque del XVI secolo. D’altronde, dovrebbe essersi abituato.

Ogni mattina Tommaso ricompone i pezzi della sua vita vera, lontana anni luce da quella notturna, sebbene la Torre, ammasso di pietra e sterpaglie, ancora oggi si stagli sul paese. Unico residuo storico del piccolo porto dove Tommaso sconta i suoi quarantacinque anni, la Torre, eretta ai tempi della dominazione spagnola, in assenza di saraceni all’orizzonte pare sia chiusa al pubblico per volere imperscrutabile dei Beni Culturali e si presenta oggi circondata da invalicabili transenne. 

Tommaso, che la vede persino dalla finestra di camera sua, saluta quindi la madre con cui abita e fila a lavoro. Poi, al termine di una giornata inutile, il cui unico pregio è quello di finire, torna a coricarsi e di nuovo la sua esistenza si impaluda in quella notte cinquecentesca, sulle mura della Torre, dove una decina di soldati siedono scomodi spalla a spalla per mantenere reciprocamente accesa l’attenzione. Una luce lunare, come una bava, scivola su quei corpi preda dello sforzo, troppo stanchi persino per offrirsi ai lamenti. Anche il capitano della Torre non dorme, ma non per timore. Il militare resta vigile, si prepara al previsto arrivo saraceno, cammina sulle mura avanti e indietro, studia ogni manovra, fugge all’idea della sconfitta e nel cuore si matura un coraggio da leoni. A poche ore nel futuro ha la sua prova finale: respingere il più temibile pirata che queste acque abbiano mai visto, Dragut, cane fedele di Solimano il Magnifico. Il solo pensiero lo eccita e lo tiene sveglio. In ogni ruga che gli si forma sulla fronte si nasconde un pensiero di morte, di guerra, d’amore e di sogno. 

E il futuro, come accade nei sogni, arriva di soprassalto, e Tommaso si ritrova in mezzo a corpi dilaniati e schegge impazzite, fino a che non scorge nel fumo dei cannoni il digrignare dei denti del nemico. Si sente tagliato a metà dalla risata di Dragut, la spada vendicatrice d’Oriente, terrore della costa.  I saraceni hanno vinto, la costa è presa. Tommaso non può fare altro e allora scappa a gambe levate, lasciandosi indietro amici e saraceni. Ed è a questo punto, nel pieno della fuga che, ogni volta, si sveglia e a ogni risveglio un forte mal di mare lo afferra alla bocca dello stomaco ancor prima che possa dire sto male

Con gesti automatici si sistema, lentamente. Ritorna in sé. 

La Torre, un pirata turco. Che cosa c’entrano con lui e il suo mediocre lavoro all’agenzia di viaggi con vista sul porto? Al terzo caffè della giornata, quando Teresa, la collega dai capelli rossi, gli indica lo zucchero sul bancone durante la pausa, Tommaso accenna un ringraziamento poco convinto. Mentre muove i granelli col cucchiaino, sente il clangore delle spade, il grido di uomini in battaglia e la risata di un tizio che non ha mai visto, ma di cui conosce alla perfezione il tono della voce, la profondità dello sguardo, la linea d’ombra che gli definisce l’ovale del viso quando alza la testa a osservare la disfatta che ha provocato. Il grido di due gabbiani disperati lo riporta al bancone del bar. 

Teresa gli chiede se qualcosa non va. Tommaso la guarda come si guarda un miracolo inatteso. Non sa come dirle quello che gli sconvolge i pensieri. All’inizio erano solo immagini opache, come intraviste attraverso un vetro sporco, ma adesso riesce a dettagliare tutti i particolari di una vita altrui. Cominciano a presentarsi ricordi che non gli appartengono: il volto di una moglie, il gioco di un figlio. Tommaso, che figli e mogli non ne ha, si domanda da quale parte di mondo arrivino queste visioni. Con chi sta condividendo la coscienza? Chi sta ospitando? Ma, soprattutto, perché?

La mattina dopo l’aroma di caffè invade la stanza. 

Tommaso fa i conti con lo specchio. Osserva attentamente il corpo smagrito, le scapole che emergono da un filo di pelle. Le ginocchia storte, la faccia un capolavoro di arte moderna. Dalla cucina la madre gli grida che il caffè è pronto. In quell’annuncio c’è nascosta una pesante presa di coscienza, che Tommaso ha faticato tanto a mettere a fuoco, ma solo ora che i suoi pensieri sono tutto un subbuglio, capisce: ha quarantacinque anni, una vita mal spesa alle spalle e un futuro che investirà lentamente, affidandosi a un quotidiano svenante. Vive con mamma, non ha amici, Teresa ieri gli ha rivolto parola per la prima volta in cinque anni di lavoro, un lavoro triste e inutile che porta avanti con entusiasmo da patibolo. 

La madre è una di quelle madri che riescono a possedere i pensieri dei figli, niente le sfugge, niente si fa sfuggire. Tommaso inzuppa un timido biscotto nel latte-caffè, respinge le indagini materne sul suo stato psicofisico. Va a lavorare come se avesse un dopo sbronza colossale; la sensazione è quella, o meglio, così se l’immagina, perché di sbronze non ne ha mai prese. 

A pranzo torna a casa, ha la giornata corta. Non riesce a declinare il suo malessere, e all’insistenza della madre, Tommaso cede. Racconta tutto e parola dopo parola si rende conto sempre di più, con forza crescente, di quanto siano idiozie quelle che va dettagliando. Ma la madre è una signora di oroscopi e di incensi e quello che il figlio ammette essere una sciocchezza, lei lo prende con una serietà da professionista.  Tommaso resta lì a chiedersi se a volte sia meglio non esser creduti. 

Così, la domenica pomeriggio, la signora Piera, amica e guida spirituale della madre, accompagnatrice in certe ricognizioni nel piano astrale, li accoglie nella sua piccola casa, da dove, si spera, tirerà fuori questo ragno fantasmatico dal buco.

La messinscena è minimale. Un tavolo rotondo, come si conviene, le tapparelle abbassate, un odore di candela profumata, di bassa lega. La signora Piera si gingilla con un ciondolo che fa roteare davanti a sé, tiene gli occhi chiusi, poi chiede la mano di Tommaso. 

Chi ti infesta?

Tommaso racimola quanto sa: lo spirito di un soldato cinquecentesco messo a guardia della Torre, fuggito durante un saccheggio dei pirati saraceni. 

La signora Piera si fa di sasso. 

Pensiamo che i fantasmi siano dei lenzuoli ambulanti, ma non è così. Ci sono certi ricordi che rimangono impressi nei luoghi che abitiamo e a volte infestano la mente di qualcuno. Lo spiega a modo suo la signora Piera, alternando schiocchi di lingua a alzate di sopracciglio. 

Ma perché la mia? dicono gli occhi cadenti e infinitamente appassionati di Tommaso. 

La signora Piera non sa. Segrete sono le ragioni dell’invisibile. 

Cosa devo fare? chiede il sognatore. 

Ci deve essere un motivo, chiosa la signora Piera con voce d’oracolo.

II

Ti va un gelato? Tommaso acconsente sfinito. Passeggiano, mangiando un cono bigusto sul lungomare. Poi la madre torna a casa, lui vuole fare ancora due passi. Si salutano a pochi metri da casa, Tommaso guarda la madre allontanarsi a poco a poco. Crede di aver preso una decisione fatale. Sente un disgusto feroce salirgli dallo stomaco, qualcosa che non è fisico ma così si manifesta. Sa molte cose su un se stesso che non è: il nome della moglie, il gusto del rancio di caserma, il freddo che entra nelle ossa nelle lunghe ore di attesa sulle mura… le cose stanno peggiorando. Presto, teme, qualcuno gli ruberà del tutto la coscienza. 

Tommaso alza la testa. Ha camminato fino al faro, inseguendo i suoi pensieri. Si è fatta sera. Scopre con un’occhiata il velo scuro del mare che, fino a quando la luce non lo sorprende, si deve tirare a indovinare. La Torre lo osserva dall’alto, infagottata nel cantiere che la rende inagibile. 

Se la mia morte fosse un’onda nera che trasporta la bottiglia della mia vita, pensa Tommaso, quale messaggio trasporterebbe, quale ricordo lascerei andare alla deriva? Non sa rispondere, si incupisce ancor più del mare nero, e il vuoto che sente dentro di sé, ora che anche il disgusto lo ha abbandonato, viene abitato all’istante da mille fantasmi. Tommaso capisce che la sua vita non vissuta lo rende l’albergo perfetto per i ricordi dei trapassati e allora prende davvero la decisione fatale: da domani cambio vita. E la sua fermezza ha l’energia di un esorcismo. 

L’indomani si getta a capofitto in una serie di esperienze volte a riempirgli il vuoto che sente: è inesauribile l’energia di chi finge di essere qualcosa che non è. Tommaso si iscrive a quattro corsi, va in città, frequenta tutti i locali fino a chiusura, fa nuove amicizie. S’iscrive prima in palestra, poi si dà al trekking, ma non basta, al surf, ma non basta: arrampicate, paracadutismo, Tommaso ne vuole sempre di più. 

Dopo sei mesi senza incubi – non più galeoni o saraceni – è storia di tutta un’altra tranquillità la sua vita, dalla sera del faro in poi. La madre, che non lo vede più rincasare da quando si è trasferito, affida agli astri la sua premura e si chiede cosa gli passi per la testa a quel figlio una volta tanto bravo e ora così scapestrato. Cuore di mamma sempre in pensiero. Ma Tommaso ha rivoluzionato copernicamente la sua esistenza e tutto quello che era, ora è sbiadito, scordato in favore di emozioni forti e sensazioni più vere. Poi una notte va a letto, stremato dall’ennesima giornata sempre oltre il limite dell’entusiasmo. Ha avuto tanto dalle ultime ventiquattro ore, troppo. Incontri, opinioni, sudore. Cosa chiedere ancora, dopo un sonno sereno e senza sogni? Tommaso ha preso la propria vita in mano, ha scacciato l’ospite malvoluto dalla sua coscienza. Gli viene da chiedersi se non fosse quello il motivo dei suoi sogni, come se un amico al di là del velo del tempo lo avesse voluto mettere sulla buona strada, dargli la giusta spinta per cambiare vita. In ogni caso vuole festeggiare.

Fresco di tranquillo riposo, sale alla Torre che ha evitato fino a ora per segreti timori. Se ne frega delle transenne. Scavalca la recinzione, cammina sulle mura dove ogni notte ha camminato, osserva lo stesso mare, chiuso nel suo eterno gioco d’onde. È felice. Poi si accorge di un puntino lontano che si fa più vicino. Tommaso non osa credere ai suoi occhi, fino a che la sagoma indefinita non assume contorni precisi e inequivocabili. Si pizzica il braccio ma serve a poco. C’è un galeone alla fonda. Sventola una mezzaluna rossa, pullula di gente inturbantata, si sentono a malapena grida incomprensibili di bocche ottomane, mentre alle orecchie di Tommaso arriva, sicura e distinta, una risata nemica e terribile come una spada. Dragut è pronto alla battaglia, a mettere a ferro e fuoco il paese.  Tommaso sente una forza sciogliersi dentro di sé, la voce della coscienza con cui ha diviso le notti.

Questa volta non fuggiremo, gli dice al di là del velo dei secoli, questa volta non fuggiremo. 

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