L’isola che manca // RACCONTO

RACCONTO

L’isola che manca

2018


I

Tra le decine di concause che lo tennero sveglio quella notte, l’avvocato Manfredi, in momentanea e vacanziera sospensione, cercò di nominarne qualcuna. Alcune ne riconobbe subito. Erano le solite, ormai da tempo conosciute e, per questo, affezionate. Si  era aggiunta, al tormento quotidiano, al mal d’essere, al caldo anche una cena tra le più intense e sugose, consumata in una trattoria di quelle che si sforzano di descriversi, in ogni foto in bianco e nera appesa e in ogni quadretto della tovaglia, come appartenenti al genere di “una volta”.  

Un’accusa diretta andò a interessare l’olio dei carciofi e il suo uso spropositato.  Persino il polpo alla griglia, che in un primo e innocente momento gli era sembrato così leggero, cucinato con mano professionista, adesso gli ritornava su. Arrischiò un pensiero: l’indomani avrebbe detto addio ad una serie di azioni ed abitudini che lo riconducevano troppo spesso a notti agitate ed insonni. Dire addio alle scorpacciate luculliane, fu la prima cosa. Di lì a ipotizzare lo smantellamento anche dei soliti vecchi problemi, il passo fu relativamente semplice, come lo sono solitamente le teorie. Il giorno dopo, forte di tale cambiamento d’animo, Manfredi uscì in paese, nel quale “scontava una vacanza” (per dirla con parole sue). Aveva la testa alta e il passo rigido delle decisioni irrevocabili. 

L’isola era in quel periodo particolare in cui il piccolo porticciolo, anonimo per sei mesi l’anno,  si infesta di teste bionde provenienti da altre latitudini,  di accenti sgraziati e decisi, di omuncoli in calzoncini con facce del tutto estranee al pensiero che le cose da quelle parti possano preesistere al giugno vacanziero. Era tutto un leccare di gelati, di acciambellamenti felini su sedie da bar. Un tempo fatto di ozio, di tuffi azzurri, di polpi alla griglia e bianco nel bicchiere. Era, insomma, l’estate.

Manfredi si era preso qualche giorno, tornando sull’isola dopo anni che non andava più in vacanza, per riconsiderare un qualcosa che adesso, sulla porta dell’alberghetto due stelle a conduzione familiare, gli fuggiva ancora di più. Decise, in uno di quei colpi di genio che molti associano al mestiere del sole, di dar sfogo alle sue risoluzioni camminando verso il mare, sfruttando il percorso che dal porto arrivava a una delle spiagge più frequentate, scoprendo il fianco alle insenature che provano a corrodere lentamente lo scoglio e l’isola intera. 

10 d’agosto. Nell’aria il principio di una sospensione, il traffico dei pulmini che portano e riportano i turisti dal Castello in giù, le mille barche che assediano l’isola buttando l’ancora, i tuffatori che dagli scogli si disperdono in una pioggia di schizzi. Il lento arrendersi all’idea che il caldo non passerà mai.

Arrivò al mare con la stessa piena emotiva con cui si arriva ad una conclusione che non convince molto. Lo vide come al solito, come lo ricordava, acceso forse un poco di più di un azzurro lucente, infestato dalle decine e decine di corpi che ci galleggiavano sopra. Quanta fatica deve fare quell’azzurro, pensò. In alto due gabbiani seguivano le loro personali traiettorie nel cielo sgombro. 

Manfredi camminò tenendosi distanziato dalla folla con timore d’animale, fino a raggiungere il bagnasciuga, restò qualche minuto a riempirsi lo sguardo poi decise di andare a vedere il faro.

Le vie si perdevano in un reticolo di negozietti di maschere, pinne, secchielli appesi vicino alla spiaggia, poi le case si facevano più alte, permettendosi qualche piano in più e si slanciavano verso l’entroterra dell’isola, lungo la strada principale che portava da una parte all’altra. Manfredi scrutò dentro il ristorante vicino al faro. Non cercava il menu, anche perchè era bello appeso alla porta d’entrata, ma qualcos’altro.

Pensò al perché si torna sempre nei luoghi di vecchie vacanze come su quelli di un delitto. Pensò che forse avrebbe fatto meglio a non tornare. 

Entrò nel ristorante enza accorgersene. Lo guidava un automatismo, una presenza fantasmatica che per lui ricordava e muoveva le gambe. Una donna portava piatti a un tavolo dove una giovane coppia mangiava ignorandosi. La riconobbe al secondo colpo d’occhio, sorpreso dallo sfavillare della luce al neon. L’ultima volta che la vide non era dentro il ristorante, rimasto più o meno immutato nonostante gli anni, ma sulla spiaggia. Quella stessa, al tempo deserta, dove ora si affollava quell’esagerazione di umanità. Su sfondo d’azzurro innominabile, la vide ora nella cornice della finestra sul mare, in quel ristorante così buono e caro. La vide in un gioco prospettico, tra un fiore immenso che la sovrastava dal vaso sul tavolino e la scogliera a picco, di là dall’insenatura. La vide come la vedeva allora, distratta e magnifica. Tornò sui suoi passi senza nemmeno voltarsi a scoprire di esser stato riconosciuto. 

II

Quella sera, mentre cercava posto, stringendo tra le mani il vassoio della sagra agostana al Castello, Manfredi cercò di dare un senso a quella fuga. Cominciò a bere del vino bianco e freddissimo, fatto con le uve tipiche di quello scoglio, che risudava immediatamente in uno scambio continuo di fluidi. Non bastò un primo, secondo e contorno a spiegargli i perché della sua ritirata strategica. Non bastò nemmeno la notte, per quanto insonne.

Il giorno dopo il paese fu sorpreso da una pioggerella di poco conto. Verso la tarda mattinata era tornato ad accanirsi il sole, accompagnato da una brezza appena avvertibile, con qualche nuvola sparsa. 

La meteorologia è terreno fertile per ogni scarsità di argomentazioni. Eppure è una pratica che si predispone a non discostarsi troppo dalla verità delle cose. Anzi, evidenziando ciò che è più che dimostrabile, ciò che è più che inutile dimostrare, sembra quasi di non far torto alla comunione degli uomini. Sembra, cedendo al bisogno di parlare del tempo che fa, di non star contribuendo alla confusione generale, ma anzi, che si faccia un passo in più verso l’altro. Così, quando la signora dell’albergo portò all’attenzione di Manfredi quel venticello piacevole e desiderato, lui la contraccambiò con una constatazione repentina e indiscutibile, tesa a tagliar corto: “Signora, anche l’estate sembra poco convinta.”. La signora sorrise, spazzando via due o tre cartacce dall’ingresso.

Sotto il gazebo nel giardino dell’albergo, un uomo gigantesco fumava godendosi fumo e ombra. Manfredi l’aveva visto qualche giorno prima, si erano scambiati alcuni cenni entrando ed uscendo dal portone. Aveva l’aria di un attore in vacanza. Adesso sedeva comodo nel suo vestito di lino, in quella tarda mattina. La bocca richiamava i movimenti di un antenato, disseppellendo una genetica di smorfie scimmiesche. Con gesti lentissimi spense la sigaretta contro il fondo del posacenere, così a lungo che parve quasi gustarne l’agonia. Manfredi confidò in quella forza invisibile che rende gli individui più intimi se riuniti dalla medesima circostanza (nella fattispecie quella del pernottamento alberghiero). Chiese una sigaretta che l’uomo gli porse gentilmente tra due dita. Scontati i primi necessari discorsi, Manfredi parlò di quelle parti, a lui così vicine e lontane. 

– Ci venivo da ragazzo. Ci torno adesso.

– I posti veduti da giovani sono sempre i migliori – disse l’uomo con voce incatramata – Ma non dovremmo più tornarci.

Manfredi guardò la punta del tavolino, il posacenere colmo, il vento denunciato dal movimento dei fiori nei vasi. I traghetti verso la terraferma partivano per il loro ultimo viaggio della giornata. 

III

Tornando al mare il giorno dopo si calò nella parte del risoluto, intrattenendo con se stesso un dialogo in cui darsi alternativamente coraggio; ma di quello meno utile, ovvero il coraggio formato da alcune parti di incoscienza e troppe di goffaggine. Il piano, se mai ce ne fosse uno in atto, qual era? Ritrovare il volto di una ragazza di tante estati prima dietro a quello di un’affaticata barista nel pieno della stagione? Non capiva che dietro quegli occhi esausti e intenti a versare coche e succhi di frutta, sfavillavano una serie di addii a cui Manfredi doveva giocoforza sottostare? Entrò di nuovo nel ristorante e si sedette ad un tavolo vicino alla spiaggia. Guardò dentro. Naturalmente, lei non c’era. Anche questo a causa di una forza, anch’essa invisibile, quella che rende le risoluzioni di un individuo nulle, una volta passato l’attimo preciso in cui esse debbano di necessità essere attuate, e non lo sono. Prese a passeggiare sulla spiaggia. 

Quanto avrebbe voluto vederla l’isola allora e quanto avrebbe voluto vederla adesso. Scrutava i segni che poteva leggere all’orizzonte, oltre le barche, può darsi che quella là sia la cima? No, è la terraferma. Dov’è l’isola che non c’è? Proprio lì, dove non la trovi. 

Ordinò da bere al bar dell’albergo, quindi si scontrò di nuovo con tutto quello che, da quelle parti, dell’estate era rivelazione e sintomo: il vociare di tavolo in tavolo, i ragazzi che danno fondo al pomeriggio assolato, le birre fredde e, ancora, una particolare sospensione. Questo lento dissolversi, come polvere in controluce, dava sempre più credito alla sua inesausta malinconia. Bevve un sorso di birra fredda. Cominciò anche questa a sudarla in un secondo. 

Forse doveva alzarsi e andare. Andare, certo, ma dove? Passeggiò sul lungomare del porto, tra le palme e le panchine assolate, si ritrovò invischiato nel ricordo di un pomeriggio particolare, sulle barche rovesciate dove ora ritrovava una colata di cemento e una serie di teli mare sparsi. 

Il giovane Manfredi, allora appena tornato dal mare, fumava con altri ragazzi conosciuti in spiaggia – tra loro, anche lei – in attesa della sera. Proprio lì, illuminati da una luce eterna, decisero di muoversi, avevano preso i motorini e si erano diretti verso la punta occidentale, dove l’isola finiva e si perdeva in una catastrofe azzurra. Arrivati, accavallati i motorino, si misero a fumare in silenzio, tirando sassi, fischiando ai gabbiani. Il passo incerto di un uomo attirò l’attenzione del gruppo, unica altra presenza oltre a due turisti tedeschi, che si intensificò quando con voce tonante l’uomo prese a gridare – L’avete vista Zanara? –  allungando la testa verso il mare.

I ragazzi in un primo momento guardarono oltre ma non c’era niente che non fosse mare, a perdita d’occhio. L’uomo si allontanò.

– Chi è? – chiese allora Manfredi, sentendosi rispondere dagli isolani:

– Marione, il matto dell’isola. Era un pescatore, pure bravo dice mio padre, ma deve esser stato troppo sotto il sole. Da anni sostiene che quando tornerà su l’isola di Zanara, il cielo si spaccherà e andremo giù noi.  Dovrebbe apparire laggiù – disse uno dei ragazzi, puntando il dito verso il niente. 

Lo ricordava Marione, adesso, come si ricordano quegli individui che alle nostre vite sembrano poter solo offrire un dettaglio, una voce, un gesto e mai l’intera figura. Che fine avrà mai fatto, si domandava Manfredi, quel vecchio pazzo? Il cielo –  pensava –  è ancora qui, intero.

E l’isola, se c’è, è ancora sprofondata là dove vanno a finire i giorni e i ricordi, sul fondo del fondo.

Cosa avrebbe voluto, che la memoria con un gioco di prestigio tirasse fuori dal cappello degli anni  la ragazza di un’estate andata, ora donna del bar? Credeva che tornando sull’isola ritorvasse i suoi vent’anni?  Pensava a come sarebbe stato ritrovarsela davanti, nel negozietto di ammenicoli e calamite. Manfredi avrebbe capito solo in quel momento, nel ritirarsi della sua guancia dalla guancia di lei, in quel saluto imbarazzato, che le cose non potevano essere tanto semplici come si era immaginato, che i volti cambiano senza troppi sforzi e si avviano sempre più  velocemente verso una lontananza feroce e irraggiungibile. Tra i due non ci sarebbe stato niente di più della semplice cortesia. Avrebbero parlato poco, l’uno chiedendo resoconti all’altro degli anni passati, che sarebbero stati sbrigati nel giro di due parole. Anche l’accomiatarsi sarebbe stato spicciolo. Un saluto felino, forse perchè entrambi avrebbero capito che niente avrebbe reso meglio del silenzio. Avrebbero tentato comunque, fallendo di poco la misura. Manfredi ebbe un pensiero orribile: avrebbe potuto anche non riconoscerlo affatto. 

IV

– Quindi così cambio velocità?

La signora che affittava le bici nel retobottega di una ferramenta, non si perse a ripetere ancora qualcosa che riteneva già spiegato ma fece solo un cenno della testa come a dire: vai con Dio. 

Manfredi saltò in sella alla bicicletta elettrica, con un’ineleganza tutta sua, fece qualche passetto in equilibrio sul sellino, poi prese a pedalare verso la strada che lo portava via dal porto e dagli occhi preoccupati della signora. 

Mise subito la modalità più automatica possibile, visto che ne aveva la possibilità, non avrebbe faticato neanche un minuto. Alla prima salita, capì che anche se la forza elettrica della bici dava una mano sostanziale, per superare la salita prima della panoramica, avrebbe dovuto investire anche la cara e vecchia forza muscolare. Cominciò a sudare di nuovo, stavolta per i giusti motivi, ma una volta arrivato in cima, si arrestò per godere di una vista incredibile. Dietro di sé, le bianche scogliere toglievano il fiato per la loro granitica bellezza, per la desolazione della vegetazione secca e inabitata. Si era lasciato alle spalle le vigne che digradavano verso il mare, i falchi appollaiati sul guardrail, per poi giungere, allo stremo delle forze, fino alla punta occidentale. Scese dalla bici, fece la strada dissestata a piedi, salì sulle rocce per vedere meglio, fece una lunga, soddisfatta pisciata, quindi prese un bel respiro. Il sale marino nelle narici e la vista di quel mare infinito lo ripagarano della fatica. Ma non era per quello che era arrivato fin lì. Scrutò l’orizzonte, cercò i segni di qualcosa che non c’era. Vide le ombre delle nuvole incupire tratti di mare, c’erano barche in lontananza che incidevano il velluto azzurro dell’acqua, dopodiché più niente. Manfredi sentì muoversi qualcosa nella bocca dello stomaco. Stavolta non era per la mal digestione, ma per una somma di emozioni così incerte che non sapevano nemmeno darsi un nome. Eppure sapeva che il gusto che provava sulla punta della lingua gli ricordava quello di una tristezza senza fine. 

Poche ore dopo Manfredi giaceva sdraiato nella sua camera d’albergo, illuminato di taglio dalla lampada sul comodino. Il letto non era stato sfatto, era troppo caldo, così si era semplicemente sdraiato sopra le coperte e lì si era addormentato. Qualcuno poteva disturbarlo, sua moglie, ad esempio, lo avrebbe di sicuro chiamato, “Quando torni? Come stai?”. Non aveva voglia di dire: domani. Dunque aveva spento il telefono per non essere importunato. Aveva spento il telefono per abitudine. Aveva spento il  telefono perché era quasi scarico. La stanza sembrava più piccola di quanto non fosse, le serrande erano abbassate per metà, lasciavano intravedere una parte del palazzo di fronte, un poco del porto e quasi niente del resto del mondo. Il rumore dell’aria condizionata sovrastava con il suo ronzio il lento respiro dell’uomo. Domani sarebbe tornato a casa. Non avrebbe mai più rimesso piede sull’isola. Il giorno nel frattempo finiva, fuori maturava un tramonto, lentamente.

In un cielo mieloso nessun uccello, nessuna nuvola, nessuna crepa. 

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