Il Casanova di Federico Fellini

CINECLUBICO

Me ricordo

IL CASANOVA DI FEDERICO FELLINI – Federico Fellini, 1976


I

Anche i più spiacevoli personaggi letterari, a cui tendenzialmente si accordano vizi della peggior specie, si ritengono in genere innocenti perlomeno del più sconcertante: quello di esistere. 

Quando Federico Fellini incontra Giacomo Casanova tra le pagine dei Mémoires, si perde in una selva autoreferenziale, noiosa, sproloquiante, redatta da un essere che sa fare tutto, ha scopato di tutto, che parla ogni lingua, vive e vegeta in tutti i buoni salotti, dialoga con Mozart, Voltaire, Madame de Pompadour e ne esce quasi sempre al meglio. Sembra quasi inventato, ma la storia lo inchioda: Giacomo Casanova è esistito e ha voluto persino certificarlo.

Nonostante questo, il sospetto nella mente del regista riminese prende piede e il giudizio che ne consegue è assoluto. Per Fellini, il cavaliere di Seingalt è un personaggio fatto di nulla, un Pinocchio, uomo mai nato, marionetta funebre, zombi, uno che si lascia vivere, che non ha mai saputo vivere. Rappresenta in sostanza quel vizio tutto italiano di raccontarsi una vita che non è mai stata veramente vissuta. Un individuo che è esistito, sì, ma solo per finta.

II

Casanova nasce nel 1725 a Venezia. Attraversa l’ Ancien Régime e muore bibliotecario, chiuso tra quattro mura in quel di Dresda da dove gli arrivano notizie che il mondo là fuori sta cambiando. La Rivoluzione spazza via tutto e Casanova si spegne cullato dalle memorie di una vita passata, che come ogni vita passata è fatta molto più di sogno che di altro.  Fellini arriva al mondo quasi duecento anni dopo, eppure ad un certo punto le due personalità si incontrano e forse il più vecchio offre la sponda al secondo per un riflesso. 

Per il regista riminese è tempo di bilanci esistenziali e artistici. Ha 55 anni, ci sono già stati  i capolavori, c’è già stato 8 e mezzo e da poco anche Amarcord. Il presente è invece quello di un signore che scivola lentamente verso la sessantina e quindi la vecchiaia e che vede stravolgersi il mondo che ha intorno. Il futuro sarà quello amaro di Ginger e Fred, di Intervista, de La Voce della luna, dominato dalla tv e dall’ascesa berlusconiana che di tipi come Fellini non saprà più che farsene. 

Non è un caso che dopo aver riportato alla luce le memorie più dirette, evocate tutte da quel semplice e dialettale a m’arcord, Fellini non vada a cercarsi altrove, ad esempio tra le pagine di vita di un vecchio disilluso cialtrone e donnaiolo che la vita l’ha raccontata più che vissuta. 

Fellini comincia a vedere le mura della biblioteca di Dresda stringersi attorno.Si potrebbe leggere la sua difficoltà nell’affrontare Casanova come la resistenza a confrontarsi con se stessi, il tentativo di nascondere una riluttanza all’autoanalisi, allo sconcerto di ritrovare in quell’uomo tanto odiato una serie di caratteristiche in comune?

Quel che è certa, e ormai leggendaria, è la ritrosia che Fellini provasse di fronte a un film da fare: gli entusiasmi che precedono la stipula del contratto che si spengono quasi subito, il cineasta che afferma di dover fare il film solo perchè ormai ha già accettato l’anticipo, quindi eccolo che si ritrova tra le mani una patata bollente che deve per forza di cose tramutare nel prossimo capolavoro che il pubblico richiede… Casanova non sfugge a questo canovaccio.

Fellini si accorda per realizzarlo poi, solo allora, legge i Mémoires e scopre che per quel film non sente nessun sentimento o emozione e che ormai è costretto a realizzarlo per forza. 

Una serie di disastri produttivi che scoraggerebbero anche il più convinto tra i convinti rendono ancora più ardua l’impresa.

III

È l’estate del 1973, Fellini ha da poco terminato di immaginare la sua personalissima provincia dei ricordi. Amarcord è finito di girare, mancano il montaggio e il doppiaggio. 

Esaurito lo sforzo è il momento di immergersi nelle fantasmatiche avventure del più famoso dei libertini. Un primo trattamento scritto insieme a Zapponi e Tonino Guerra viene presto rivisto insieme al solo Zapponi, ma la scrittura fatica a trovare la giusta strada. Fellini non sa che farsene di tutta quella roba che lo tedia fino all’inverosimile.

Procedevo nello sconfinato oceano cartaceo dei Mémoires in quell’arida elencazione di una quantità di fatti ammassati con rigore statistico, da inventariato, pignolesco, meticoloso, stizzoso, nemmeno troppo bugiardo, e il fastidio, l’estraneità, il disgusto, la noia, erano le uniche varianti del mio stato d’animo depresso e sconfortato.

Trova il bandolo della matassa, appoggiandosi, come dirà lui stesso,  proprio a questo senso di nausea e di rifiuto che i Mémoires e Casanova hanno suscitato in lui.  

È il 1974 e la sceneggiatura è pronta. 

Il produttore Dino De Laurentiis ci mette la sua per far traballare il progetto, con assurde condizioni che Fellini non può accettare. Si arriva a pensare a Redford per interpretare il protagonista ( che Fellini comincia già a chiamare “lo stronzo”). Alla fine De Laurentiis passa la palla a Andrea Rizzoli, cedendogli a giugno i diritti del film. A luglio Cinecittà è invasa da una troupe allargata, pronta a dare vita alle visioni del genio riminese. 

Ma scioperi, aumenti del prezzo dei materiali, il preventivo che continua a lievitare senza freni fanno sì che a novembre la produzione si fermi di nuovo. Tutti a casa. Rizzoli rinuncia a produrre il Casanova e il film entra in pausa.

Fellini nel frattempo cerca di dare un volto al veneziano.

Lo cerca per esclusione, chiama a raccolta grandi attori che gli sfilano davanti ognuno aggrappandosi ad una visione precisa del caleidoscopio-Casanova: Gassman, Mastroianni, Tognazzi, Cluny, Sordi.

Dopo aver considerato Gian Maria Volontè, scartato per aver chiesto uno strabiliante 400 milioni di lire (o, a quanto pare, per aver chiesto sei mesi per entrare nel personaggio), a impersonare Casanova viene chiamato il canadese Donald Sutherland. Fellini ne disegna la caricatura e qualche ora di trucco dopo si ha il cavaliere di Segault in tutto il suo splendore. 

Ho scelto per interpretarlo Donald Sutherland, un attore dalla faccia cancellata, vaga, acquatica, che fa venire in mente Venezia. Con quegli occhi celestini da neonato, Sutherland esprime bene l’idea di un Casanova incapace di riconoscere il valore delle cose e che esiste soltanto nelle immagini di sé riflesse nelle varie circostanze.

A Torino, Fellini arriva a consultare il suo amico medium Gustavo Rol il quale lo mette in comunicazione diretta proprio con il veneziano, in un incontro non proprio conciliante. 

Il regista pensa che il film sia maledetto, che tutto possa andare in malora da un momento all’altro. E forse non ha tutti i torti. Nei mesi di preparazione e produzione, ne succedono di tutti i colori: morti, disgrazie, cecità sfiorate, furti, bobine rubate, sequestri, incidenti di ogni tipo. Il film ha il malocchio, Fellini ne è convinto. 

È l’aprile del 1975, quando entra in scena il terzo produttore Alberto Grimaldi, il quale trova i 9 milioni necessari e si prepara a investire i suoi capitali, a rivedere i disegni e far sgonfiare un po’ il budget. 

Cinecittà invece si prepara a ricevere l’invasione di un’industria formicolante, tutti all’opera per completare l’ennesimo film del più grande dei registi italiani. 

Fellini intanto fugge da Sutherland che lo vorrebbe inchiodare a estenuanti discussioni sul personaggio, mentre il regista vorrebbe semplicemente che recitasse come una marionetta nelle sue mani, come Mastroianni prima di lui.

La tempesta sulla laguna dà il via alle riprese nel teatro n. 5. Venezia riaffiora negli studi di Cinecittà, così come la prigione dei Piombi e tutti gli ambienti londinesi, romani, austriaci che Casanova ha toccato nel corso della sua esistenza. 

A dicembre di nuovo tutti a casa. I fondi sono esauriti. Ma il film si deve finire. Cambiano le squadre, si taglia, si acconcia, si riduce. Il film dunque, si finisce a fatica. 

Si passa allora al doppiaggio, al montaggio e infine ecco che può affacciarsi nel mondo a cominciare dal cinema Fiamma, in piazza Barberini il 10 dicembre del 1976.

IV

Il risultato è una rilettura che sfuma nell’invenzione, tanto che il titolo del film sarà Il Casanova di Federico Fellini.

I Mémoires sono solo un pretesto, e le scene di vita di Casanova si sovrappongono, formano un mosaico la cui immagine ci mostra questa figura frustrata, il fantasma di un seduttore, costretto a ripetere ad un pubblico sempre più sfatto il miracolo puramente ginnico della sua prestazione sessuale.

Sutherland si inventa un “occhio spermatico” e una  faccia “ottusa come un piede” e il film gli regala l’occasione di una performance magistrale. 

Nonostante tutto, l’indagine o la messa in scena di qualunque visione del settecento è sospesa. Fellini rifugge le riproposizioni  e i drammi da film storico, evita persino di ispirarsi ai vedutisti del periodo per non influenzare la sua messa in scena che, in fin dei conti, si astrae dal contesto storico, contrariamente a Kubrick che nel contempo sta mettendo in scena il suo capolavoro settecentesco, Barry Lyndon, con tutt’altre intenzioni.

Fellini scivola via dalla filologia. Quello che interessa è proporre un film che superi persino il rango di film psicologico, ma che vada oltre, verso il film psichiatrico. 

Si è detto e stradetto che il Casanova è il meno felliniano dei film di Fellini.

Il Casanova tenta e riesce di sfuggire all’aggettivo e si conferma come un’opera significativa la cui grandezza non è da ricercare singolarmente nel complesso scenografico e nella maestria di Danilo Donati, o nella fotografia di Giuseppe Rotunno, nelle danze, nei trucchi, nei disegni di Topor, negli inserti poetici, nelle geniali intuizioni visive e nell’onirisimo della scena dell’inabissamento di Venusia o nel balletto finale sul Canal Grande ghiacciato con il ricordo della bambola meccanica. 

Tanta strabiliante potenza è proprio da imputare all’insieme, a questo affresco funereo ma pieno di spunti e apporti vitali, un film che rappresenta la chiusura di una parabola e che vede davanti a sé slanciarsi il terribile baratro dell’oblio, ma che ha ancora tempo per immaginarsi in un ultimo, mesto e poetico ballo mentre tutto quanto intorno sfuma al nero. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...