La terra dell’abbastanza

CINECLUBICO

Periferia atomica

LA TERRA DELL’ABBASTANZA – Fratelli D’Innocenzo, 2018


Mirco sguardo-occhi-di-lama, con la ridarella acuta e il friccico ner còre e Manolo in divisa d’ordinanza, la tuta adidas nera, figlio di uno di quei padri che quando  ci sono sarebbe meglio non ci fossero. Amici uniti nella circostanza della vita periferica la quale, ce lo raccontano in diecimila modi, è fatta di formiche che si sognano leoni.
Vanno all’alberghiero perchè – si sa – all’alberghiero non si fatica: fai una crepes e stai a posto. Poi si ritrovano in parcheggi deserti in lande che appaiano come scenari di un’apocalisse in corso, specchi del dopobomba, a divorare kebab e cicoria. Sognano la svolta improvvisa, il  tiro di dadi risolutore, il colpo di spugna che lava via miseria e destino.


Vivono sperando in quei disastri che paiono la fine del mondo e sono solo periferia.

Ma il colpo fortunato arriva, e neanche lo vedono arrivare. Lo schiaffano sotto con la macchina ed entrano nelle grazie del clan criminale capeggiato da uno Zingaretti dall’altra parte della barricata della legge. 
Così Mirco si trova a dover affrontare il contagio di una vita normale con il morbo del crimine, mentre lo sguardo di Manolo si annacqua a poco a poco, talmente soffice è la sua disperazione che neanche l’amico-fratello se ne accorge.
Quel mondo ti si attacca addosso e te lo porti dietro, nei tuoi gesti quotidiani, a casa tua, nelle cose che mangi, nei corpi che sfiori.

I fratelli D’Innocenzo si attaccano invece ai primi piani, contrappongono caldi e freddi in una fotografia che sembra voler far oscillare una scelta tra i poli della miseria lenta e sicura e quello di una fine improvvisa e violenta.
Ci consegnano così un film inserito in quell’idea di cinema periferico/criminale forse giunto a saturazione, in cui il microcosmo collassa senza sorprese: la vitalità frustrata dei giovani e la loro voglia di emergere tagliata alla radice.

La violenza richiede il suo tributo che, come ormai anche questo tutti sappiamo, è sempre un tributo di sangue e lacrime.

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