Lazzaro felice

CINECLUBICO

Di lazzari e marchesi

LAZZARO FELICE- Alice Rohrwacher, 2018


Un buio quasi materico mescola tenebre e corpi. Poi l’epifania dell’unica lampadina elettrica, spostata di stanza in stanza come l’occhio delle Graie a illuminare un corteggiamento, un rito d’amore e d’unione, di legami che si saldano e di sangue che si mescola.

Si presenta così Lazzaro Felice, terza opera di Alice Rohrwacher.

Il sole decifra volti e spazi: siamo all’Inviolata, piccolo mondo antico fuori dal tempo, una comunità agricola vessata da una tirannica quanto altezzosa Marchesa dal mignolo e dal sopracciglio perennemente alzati (Nicoletta Braschi), forte di una teoria sociale per cui lo sfruttamento dei più deboli è parte inevitabile del grande gioco della vita. Dal canto loro, i contadini mandano avanti la piantagione di tabacco con la consapevolezza, scandita dal ticchettio della calcolatrice del viscido tuttofare della Marchesa, di una vita a debito. 

E se è vero che uomo mangia uomo in questo circolo vizioso, la catena dell’abuso si spezza una volta raggiunto l’anello Lazzaro, giovane ingenuo come un santo e destinato al suo personalissimo martirio. 

Lazzaro, la cui bontà ha molti lati in comune con la stoltezza, è un essere lunare e clownesco. Incede goffo sulla strada polverosa, diverso e alienato anche tra i simili. Di tutta risposta, il ragazzo aderisce completamente a ogni sforzo senza denunciare sudore o fatica, adegua la sua esistenza ai ritmi e alle dinamiche di quel mondo agreste e dedica i suoi stupori all’acqua torbida del trogolo durante la pioggia, mentre il suo nome riecheggia continuamente richiamato tra le piante di tabacco e il casolare. 

L’esordiente Tardiolo innalza la bandiera degli attori non professionisti, dona corpo e sguardo inconsapevole d’animale a un personaggio fatto d’ombra, privo di genealogie. Un ragazzo che si specchia nella figura contraria del figlio della Marchesa, Tancredi dalla chioma platinata e dai vestiti alternativi. 

Come Cosimo Piovasco di Rondò, Tancredi pone le basi della sua intima ribellione e, invece di salire sugli alberi per non scendere mai più, si rintana nelle spelonche dell’amico Lazzaro, portando avanti una rivalsa che assume i contorni di una fuga e di un finto rapimento. Rivalsa che alla fine sa più di bizza che di libertà.

I cavalieri senza impresa si muovono in un ambiente sinusoidale e mentre Tancredi tenta di dare un senso alla sua emancipazione dalla tirannia materna, Lazzaro scopre per la prima volta nella figura dell’altro un qualcosa che gli parla di sé, sentendosi combattuto tra il senso del dovere e un sentimento neonato  che lo sorprende e lo rinfocola: quello della fratellanza. 

Ma la civiltà entra di prepotenza nella fabula in questa arcadia nostrana, sotto forma di elicottero dei carabinieri, scacciato a sassate dai contadini come farebbe un indigeno amazzonico.

Lazzaro non si accorge di niente, in fondo a un burrone in cui è sbadatamente finito. Ma che Lazzaro sarebbe se non si rialzasse e riprendesse la strada? Ecco lo scarto divino, il miracolo che prende le sembianze del lupo e salva Lazzaro dall’oblio, così come la fatina con Pinocchio impiccato alla quercia. Lazzaro si risveglia trent’anni dopo, miracolato e inconsapevole.

Si inserisce nella dimensione della fiaba moderna, attraversa gli spazi urbani di un agglomerato cittadino e industriale e ritrova il volto familiare di Alba Rohrwacher, bambina all’Inviolata e ora donna ai margini. Proprio dal disgregamento di un sistema sociale a un altro ancora più critico e rarefatto, Lazzaro attraversa il passaggio da un’Italia contadina e mezzadra a una realtà fatta di esclusi dal consorzio umano, di emigrati, di poveri, di disperati. Rientra nei ranghi della famiglia ridotta all’osso, sballottato in una società la cui dialettica rimbalza tra la rapacità e l’accoglienza. Infine Lazzaro ritrova l’amico Tancredi, ormai ombra di se stesso,  manifesta l’emozione del dolore e della lacrima, tenta il riscatto e muore frainteso, massacrato dai suoi simili che lo credono un rapinatore, chiudendo quella parentesi di futuro durata quanto un precipitare. 


Titolo originaleLazzaro Felice
Paese di produzioneItalia, Svizzera, Francia, Germania
Anno2018
Durata130 min
Generedrammatico, fantastico
RegiaAlice Rohrwacher
SceneggiaturaAlice Rohrwacher
FotografiaHélène Louvart
MontaggioNelly Quettier

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