Domingo il favoloso

LETTURE

Di cabale, zingari e altri prestigi

DOMINGO IL FAVOLOSO – Giovanni Arpino, 1975


Dove sei, Domingo? Di te ho notizie come scintille. 

Dove sei, con le tue cabale, le tue zingare dalla pelle di cielo. Hai trovato il fondo dei tuoi giochi di prestigio? Che trucco inventi, ancora? Vorrei vederti, Domingo, amico caro senza lussi, tranne quello di non esistere (se non tra le righe).

Sei ancora in questa tua Torino, che per un gioco di specchi da luna park, potrebbe essere Marsiglia o una qualunque città di sogno e miseria adagiata lungo un fiume come una sciantosa? 

Che carnevale di mondi tra queste pagine, che parata di facce, di tipi poco raccomandabili che dialogano tra loro di sbieco, come un poker di figure sul tavolo verde. 

Perché cos’è questo scrivere, se non una streganza, un mettere nel bastone del capo il pelo di lupo e tre salamandre. O forse è un rendez-vous negli occhi dei colombi con la madonna degli zingari e il suo cuore a rovescio. Oppure il bambino che sale dalle grondaie col coltello pronto a colpirti.

Gli amici si scambiano incomprensioni ma tu sei nel baluginio di un coltello voltato al sole, nell’ombra lontana che si invola, fedele al comandamento di cercare la vita là dove sorride. Perché conosci il male. Perché lei ti ha fatto re.

Dove sei, Domingo se non dove manchi? Ti vedo e forse anche io, dopo il miele oscuro della letteratura in cui tu muori e vegeti, come Angela, solo alla fine riesco a stare all’ombra del grande albero che sei.

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