Il Re ne comanda una

LETTURE

La favorita di Barbablù

IL RE NE COMANDA UNA – Stelio Mattioni, 1968


A Trieste, in Via Valdirivo 16 c’è una casa che proprio casa non è.

Ci arriva una sera Tina in fuga dal marito Franco, con le sue due figlie, Pupetta e Millina. Vuole riscattare le cambiali con il Padrone di casa, creditore del marito ubriacone e si mette dunque a servizio.
La casa è in realtà un luogo in cui la dimensione spaziale si confonde e il passaggio del tempo non è percepibile. Abitazione sì, ma anche fabbrica, dove si produce una sostanza che ha a che fare sia con la cosmetica che con la guerra. Fosse anche perché nella magione, la guerra è costantemente dichiarata: la vecchia moglie e l’amante del Padrone, la figlia e la stessa Tina e perfino lo zio Massimo – che si è dato alla macchia in un giardino-giungla con il fucile in spalla, sempre pronto a detronizzare il tiranno – si ingarbugliano in una matassa di invidie, rancori e nevrastenie. Si scornano per attirare le attenzioni del Padrone, “come per un’eterna partita a scacchi, si cerca il matto” con la voce dello strepito, ma la partita non finisce mai. Ognuno si ritrova indissolubilmente legato all’altro, scoprendo come forse ci si senta più vicini nell’odio che non nel suo contrario.

Sebbene la storia sia in qualche modo drammatica, lo stampo favolistico (il titolo rimanda a una filastrocca citata anche nel libro) permette a Mattioli di esagerare i tratti, di rendere sibillini i dialoghi e di lasciar intendere che vi sia qualcosa di grottesco che sotterraneamente si annida tra le pieghe della vicenda.

Il re ne comanda una è un romanzo che ha a che fare con la sessualità e l’erotismo, con la regressione infantile e la ridiscussione costante delle dinamiche di potere.
Il re sceglie la sua amante a cui spetta per diritto la chiave della camera del Padrone, che deve però prendersela davanti alle altre. Un diritto o un dovere, in ogni caso egualmente da ostentare se si vuole effettivo, per poter essere la favorita.

Questo re, che non ha corona ma voglie, tenta di circuire Tina ma la donna resiste, si aggrappa all’orgoglio, alla buona creanza e allo spirito materno da difendere. Eppure con la stessa forza con cui si tira sopra la testa le lenzuola della morale, si ritrova nuda. Cede alla forza primordiale che anima la volontà del Padrone. Primo e unico a desiderare. Perché il meccanismo del desiderio è in atto ed è una forza inesorabile.

Nella casa di via Valdirivo 16, le regole sono fissate, il cambiamento è sconsigliato e comunque inattuabile. La casa e le sue leggi non mutano: anche la rivoluzione di zio Massimo non può nuocere, perché fa parte dello stesso sistema che tenta di smantellare.

Passano le favorite, resta il re. Restano le prigioni liberamente scelte.

Così Tina, forse, in realtà cerca la sua gabbia, mentre là fuori la città scorre, vive e ignora. E Tina la gabbia la trova, in un gioco perverso che fa in modo che non è veramente prigione se non ci si rinchiuda di propria spontanea volontà.

Dopo la fuga, il tentativo frustrato di emancipazione, la scoperta sessuale, i giochi perversi, Tina si accorge che nonostante tutti quei legami che la identificano come moglie, amante, sorella, figlia e madre, il vero fondo di lei è imprigionato in un destino di solitudine che può odiare, accettare, lamentarsene o subirlo. Ma che non può certo più evitare.

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